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Storia della celiachia

Da migliaia di anni gli uomini fanno i conti con la celiachia, per la precisione dalla nascita dell’agricoltura. Fino a diecimila anni fa, la nostra specie viveva cacciando e raccogliendo bacche e frutti selvatici, conducendo  quindi un tipo di alimentazione che non prevedeva la presenza del glutine. Questa proteina apparve nella nostra dieta soltanto quando i nostri antenati iniziarono a coltivare le piante selvatiche e a incrociarle fra loro, portando alla nascita di cereali come il frumento e l’orzo. Fu un cambiamento epocale per la società umana, il cibo era più abbondante e sicuro, e iniziarono a comparire le prime città. L’introduzione dell’agricoltura, però, portava con sé uno sgradevole effetto collaterale: i primi casi di celiachia.

Il primo a descrivere questa malattia fu Areteo di Cappadocia, un medico greco che le diede il nome, chiamandola koiliakos, dalla parola greca koilia che significa “ventre”. Diversi secoli più tardi, nel 1887, il pediatra inglese Samuel Gee descriveva così la patologia celiaca: “una sorta di indigestione cronica che si riscontra in persone di tutte le età, ma è particolarmente frequente nei bambini tra uno e cinque anni di età”. Il medico inglese tuttavia non riuscì a identificarne la causa, come dimostrato dal fatto che raccomandasse ai pazienti celiaci di mangiare fette di pane abbrustolito su entrambi i lati.

L’identificazione del fattore scatenante la malattia avvenne durante la seconda guerra mondiale, quando il pediatra olandese Willem-Karel Dicke notò un miglioramento nella salute dei pazienti affetti da celiachia: a causa della mancanza di pane per via della guerra, le famiglie olandesi lo avevano sostituito con le patate. Dicke ebbe la conferma della sua ipotesi al termine del conflitto bellico: una volta reintrodotto il pane nella dieta, il tasso di mortalità dei bambini celiaci era tornato a salire. Successivamente, altri ricercatori scoprirono che alla base della celiachia c’era il glutine, un composto proteico presente in diversi cereali tra cui orzo, avena e frumento. È questa sostanza a provocare, in soggetti geneticamente predisposti, una reazione infiammatoria che danneggia le cellule dell’intestino. La celiachia è infatti una malattia autoimmune.